Brexit: riflessioni a margine

giugno 28, 2016 in News e iniziative, Senza categoria da alessia

Roma, 28 giugno 2016 – Si è discusso molto in questi giorni su chi avrebbe le maggiori responsabilità del risultato del referendum inglese: i giovani astensionisti, i vecchi conservatori, la Londra elitaria ed ingorda, le contee di campagna orfane dell’impero, le bugie di Farage, l’assenza di Corbyn.
In realtà il risultato è il figlio degli errori delle elites europee.
Ai tempi di Delors si sono sostituiti quelli di Schäuble, alle clausole sociali gli stretti vincoli economici, ad una visione europeista come incontro e sintesi tra culture e popoli quella della massimizzazione degli interessi nazionali dei paesi più forti.
La crisi, invece di portare ad una risposta di redistribuzione interna, ha irrigidito i meccanismi ed aggravato le differenze. Così, nel mentre quel poco di ripresa economica beneficiava i settori finanziari e le élites economiche, il ceto medio si impoveriva, il lavoro si precarizzava ulteriormente, i salari si svalutavano. Che fosse necessaria un’altra Europa, un’Europa del welfare e dei diritti, un’Europa democratica del popolo attraverso un ruolo pieno del Parlamento lo gridavamo con forza 14 anni fa, ai tempi del primo Forum Sociale Europeo del 2002. Chiedevamo di allargare la partecipazione dei cittadini in Europa, promuovevamo i bilanci partecipati proprio per accompagnare democrazia delegata a forme di democrazia diretta. In Italia queste richieste sono state ignorate e anzi si è andati nella direzione opposta: restringere gli spazi di partecipazione democratica con legge elettorali fatte su misura per i nominati dai partiti, con riforme costituzionali, in perfetta continuità da 10 anni a questa parte, per consegnare il potere ed il suo controllo sempre ad una ristretta élite.
La politica ci insegna che se le risposte non vengono da sinistra, arriveranno da destra: forse non è un caso che alcuni argomenti della destra, di Farage, della Le Pen come di Trump ad esempio contro il Nafta o il Ttip siano simili a quelle della sinistra di allora.
Noi non abbiamo mai chiesto il ritorno alle frontiere per recuperare un glorioso passato italiano. Il passato che vorremmo recuperare era invece il modello di welfare europeo che doveva costituire l’identità centrale del nostro continente, fatto di un forte welfare, basato su investimenti pubblici massicci, efficienti ed efficaci, di un pubblico che si fa imprenditore, che immagina, indirizza e costruisce un futuro per tutti i cittadini.
Un pubblico che oggi utilizzi le potenzialità offerte dalla rivoluzione tecnologica e della robotizzazione non per svalutare ancora di più il lavoro o per mettere in competizione i lavoratori europei tra loro, ma per redistribuire la ricchezza ed il lavoro a beneficio di tutti, prevedendo anche un reddito integrativo del lavoro.
Si è tenuto ieri l’incontro Merkel Hollande Renzi. E’ fondamentale che possa finalmente esserci una svolta concreta nelle politiche europee. Ci auguriamo sinceramente che Renzi, che a parole si fa alfiere della fine dell’austerità riesca a strappare qualcosa alle posizioni tedesche e nordeuropee.
Ma dobbiamo guardare in faccia la realtà: il nostro governo ha chiesto fino ad oggi flessibilità per aumentare la spesa in prebende, mentre con il Jobs Act ha precarizzato ulteriormente il lavoro e soprattuto ha dato una spinta alla svalutazione salariale. E ha finanziato le misure di abbassamento delle tasse con tagli alla spesa, vanificandone completamente l’effetto espansivo.
Non a caso ieri la maggioranza di governo ha sonoramente bocciato una risoluzione presentata da Sinistra Italiana che chiedeva una concreta svolta in Europa con la revisione delle norme sul bail-in, con l’apertura di una discussione sul fiscal compact, con l’estensione del ruolo della BCE a prestatore di ultima istanza, con una riforma federale del bilancio UE con l’istituzione di un bilancio interno dell’Eurozona finalizzato a politiche di contrasto della disuguaglianza e della povertà, chiedeva misure per ampliare il processo decisionale europeo in senso democratico, la sospensione dei negoziati Ttip, la revoca dell’accordo UE-Turchia.
Noi crediamo che nell’Europa del capitale e della finanza che delocalizza e si sposta per pagare meno tasse, servano più regole non meno. Da sempre la legge e le regole sono state fatte a difesa dei più deboli. Serve la messa in comune dei debiti sovrani con l’emissione di Eurobond ed una politica fiscale comune capace di redistribuire le risorse verso le aree in difficoltà. Integrazione anche militare di difesa per risparmiare risorse, non certo, come viene proposto in queste ore, per rispondere al Brexit con l’aumento e l’allineamento verso l’alto della percentuale del PIL impiegata per la spesa militare.
I prossimi mesi rappresentano l’ultima speranza per l’Europa.
L’Europa sarà in grado di capirlo?