Cessazione della repressione in Birmania

ottobre 2, 2007 in In Regione, News e iniziative da alessia

Mozione “Per l’immediata cessazione della repressione in Birmania; per la libertà, la democrazia, l’autodeterminazione del popolo birmano”

Il Consiglio regionale

Premesso che:

la Birmania, l’odierno Myanmar, è un Paese martoriato da decenni di violenta dittatura che ha imposto l’arbitrio come legge e come modalità di governo. Questo Paese ha raggiunto il triste primato di essere il primo produttore di metanfetamine al mondo, il secondo per produzione di oppio, il primo per bambini soldato e per la presenza di lavoro forzato;

centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati costretti al lavoro forzato e spesso sono stati obbligati alle deportazioni forzate, mentre sono comuni detenzioni, esecuzioni, torture, stupri, utilizzati come mezzo di potere. In particolare, oltre mille prigionieri politici in questi anni sono stati vittime di torture ed abusi durante la detenzione, a causa dei quali molti hanno perso la vita; gli attivisti del lavoro, le loro famiglie, amici e conoscenti vengono costantemente arrestati, torturati e condannati a pesanti pene detentive, e il regime militare ha dichiarato il sindacato birmano Federazione of Trade Unions – Burma (FTUB) una organizzazione terroristica;

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace 1991, leader della Lega nazionale per la democrazia, vincitrice delle uniche elezioni libere tenute nel 1990 e da anni voce del dramma del suo popolo nel mondo, è stata più volte incarcerata dal regime militare insieme con l’intero gruppo dirigente del suo partito ed ha vissuto gli ultimi diciassette anni agli arresti domiciliari;

la Convenzione nazionale, convocata dal regime militare la prima volta nel 1993 per elaborare una costituzione, ma da allora più volte sospesa, manca di legittimità e di credibilità internazionale a causa dell’assenza di rappresentanti eletti democraticamente e risulta palesemente volta a garantire la continuità del regime militare;

il Parlamento europeo ha approvato molte risoluzioni di ferma condanna del regime militare e l’Unione europea ha adottato alcune sanzioni mirate; il Segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) Ban-Ki-Moon ha più volte rivolto appelli per un processo di riconciliazione nazionale e di democratizzazione effettiva nel Paese;

l’ Organizzazione Internazionale del Lavoro – agenzia dell’ONU (ILO) ha approvato nel 2000 una risoluzione che chiede a tutti i governi, agli imprenditori e alle organizzazioni sindacali di rivedere i loro rapporti con la Birmania, visto che tutte le principali attività economiche e produttive sono in mano o sono controllate dal regime militare, e di adottare appropriate misure affinché tale Paese non tragga profitto da questi rapporti e non perpetui il sistema di  lavoro forzato;

Atteso che:

nel mese di agosto in Birmania hanno avuto inizio proteste pacifiche in risposta ad un esorbitante aumento del prezzo dei carburanti ed al conseguente e prevedibile aggravamento delle condizioni di vita della popolazione di quel Paese già duramente pregiudicate dalle politiche economiche della giunta. I monaci buddisti, che hanno preso la guida delle proteste, chiedono la riduzione del prezzo dei generi di prima necessità, il rilascio dei prigionieri politici e un processo di riconciliazione nazionale per risolvere le profonde divisioni politiche interne;

alla fine del mese di settembre il regime militare ha risposto alle proteste imponendo il coprifuoco, reprimendo ferocemente le manifestazioni, uccidendo un numero imprecisato di manifestanti ed incarcerandone molti altri, impedendo di comunicare all’esterno con la violenza verso gli operatori della stampa e l’oscuramento di internet;

Considerato che:

i diritti umani fondamentali – come riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale, sanciti dalle Dichiarazioni delle Nazioni Unite e richiamati nel Trattato per la Costituzione dell’Europa – rappresentano l’orizzonte comune dei popoli di tutto il mondo e devono costituire un riferimento costante per la politica internazionale e, in particolare, per  l’iniziativa dei governi democratici nei confronti dei paesi in cui tali diritti sono disconosciuti e conculcati;

il diritto alla libertà in tutte le sue manifestazioni, dal diritto di parola al diritto all’istruzione, alla salute, alla partecipazione alla vita pubblica, alla libertà di organizzazione sindacale, deve infatti ritenersi un bene universale che non conosce confini geografici, in quanto appartenente all’intera famiglia umana e al futuro delle nuove generazioni;

particolare rilievo assume il richiamo ai diritti umani universali con riferimento alle donne, come espressamente sancito dalle Conferenze mondiali dell’ONU e in particolare dalla Conferenza di Pechino nel 1995;

Ricordato che:

già nella precedente legislatura, il Consiglio regionale della Toscana approvò la mozione 2 luglio 2003, n.597 “Contro la dittatura militare in Birmania e per la libertà di San Suu Kyi”.per chiedere il rilascio di Aung San Suu Kyi e per assicurare il rispetto dei diritti fondamentali della persona e l’esercizio di quelli civili e politici;

Il Consiglio regionale

Esprime orrore per l’uccisione di manifestanti pacifici e la più risoluta condanna per la repressione messa in atto dalle forze di sicurezza del regime militare della Birmania;

Invita

il Governo italiano

ad agire risolutamente nei confronti delle autorità governative della Birmania e in ogni sede internazionale:

  • per l’immediata cessazione della repressione in atto;
  • per il rilascio dei manifestanti arrestati e di tutti i prigionieri politici ad iniziare da Aung San Suu Kyi e per accordare a tutti piena libertà di movimento e di espressione;
  • per sollecitare le autorità governative birmane al rispetto dei diritti umani, civili, sociali e sindacali;
  • per il riconoscimento del diritto del popolo birmano alla libertà, alla democrazia ed alla propria autodeterminazione, sostenendo a tal fine anche l’adozione di una specifica risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed attuando pienamente le sanzioni politiche ed economiche già stabilite dall’UE.