Coltivare la memoria, per il futuro della democrazia

luglio 16, 2014 in In Parlamento da alessia

In questo Paese sarebbe necessario esercitare la cura della memoria e della nostra storia perché da una giusta lettura del passato possiamo costruire un futuro migliore. Nel 2006, con un voto popolare inequivocabile, il popolo italiano bocciò la riforma costituzionale voluta solo dal centrodestra. Ora è proprio con chi propose quella riforma bocciata dai cittadini che il partito democratico sta facendo le riforme. Ancora, la riforma del Titolo V è stata oggetto di talmente tanti scontri costituzionali che è persino difficile trovare un numero esatto. Pare siano stati 1.700.

Insomma, a 30 anni di distanza della Commissione Bozzi, con due riforme costituzionali alle spalle (una avallata da un referendum e l’altra bocciata dal voto popolare e qualche centinaio di ricorsi alla Corte costituzionale su materie concorrenti) e dopo anni di maggioranze bulgare incapaci di governare e di maggioranze sul filo, nonostante i risultati elettorali, grazie a riforme elettorali fatte apposta per impedire di vincere alla coalizione avversaria, la politica e i suoi rappresentanti delle istituzioni forse dovrebbero farsi un esame di coscienza e domandarsi perché oggi siamo dinanzi a questa crisi istituzionale, al punto che in questa legislatura siamo a ben tre Governi di larghe, piccole e ristrette intese.

Il dibattito di oggi su questa riforma costituzionale non può dunque non partire da una valutazione di questo passato. In entrambi i casi citati, in modo diverso, un accurato dibattito parlamentare non ha evitato il no della stragrande maggioranza degli elettori e le difficoltà operative di applicazione della riforma, anche per un conflitto che, oltre che istituzionale, è stato politico. Da una parte, infatti, i vari Governi, a seconda del momento, sono stati impegnati più a disfare l’autonomia delle Regioni che a realizzarla e, dall’altra, le Regioni in diversi casi hanno esagerato nell’uso di questa autonomia.

Dopo questi due esempi, chi è veramente interessato ad una riforma costituzionale, come quella che stiamo affrontando, dovrebbe fermarsi, ascoltare le sollecitazioni, i dubbi, le tante proposte alternative che sono venute da quest’Aula e dal Paese. È infatti qui, in Parlamento, così come hanno scelto i padri costituenti, che si decidono le riforme costituzionali. Non in una sede di partito, con un patto tra due leader politici, come è avvenuto in via del Nazareno; un patto che avremmo il diritto di conoscere, visto che in quella riunione privata tra due segretari di partito è stato fatto un accordo che impone lo stravolgimento della Costituzione e del sistema istituzionale. Sarebbe allora utile, per una discussione chiara e trasparente, e semplicemente per informare i cittadini, rendere noto anche solo il brogliaccio dì quell’incontro. Magari potremmo scoprire che tra le priorità c’è anche il conflitto di interessi, una legge o meglio una riforma – per utilizzare lo slang della modernità – davvero urgente che il Paese aspetta da vent’anni. Dunque una vera priorità da fare, questa sì, con velocità, ma ci sembra di capire che invece avete preferito rottamare l’intero argomento che è scomparso dal vocabolario.

Siamo, in questa fase, praticamente costituenti al contrario. Invece di essere ricostituenti per il Paese, rischiamo di essere devastanti. Ci dovremmo domandare prima di tutto perché dobbiamo superare il bicameralismo perfetto, che per quanto ci riguarda non è un tabù e non lo è mai stato. Eppure anche solo in questa legislatura, per noi la prima esperienza, abbiamo sperimentato che anche la doppia lettura è utilissima per correggere, fare modifiche, per migliorare (certo, in alcuni casi anche peggiorare), minimizzare i danni, per bilanciare, e così è stato in tutti questi anni e non è una banalità.

Avete dichiarato di voler fare questa riforma anche per velocizzare i procedimenti legislativi troppo volte bloccati dai “frenatori e gufi”. Voi per primi sapete che non è vero. A colpi di fiducia, queste Aule hanno visto il Governo delle piccole intese ammazzare il dibattito almeno 13 volte. D’altra parte, questo Governo di innovazione sta legiferando solo per decretazione d’urgenza, azzerando quasi del tutto le prerogative parlamentari. Eppure queste Aule hanno visto approvare leggi incostituzionali a tempo di record, come il cosiddetto lodo Alfano. Queste Camere hanno votato, anche con il consenso del Partito Democratico, molto velocemente le norme di austerità che oggi il Presidente del Consiglio annuncia di voler modificare, invocando flessibilità all’Europa. A quella stessa Europa che chiede al nostro Governo riforme economiche strutturali, riforme per il lavoro, la giustizia, riforme sociali, voi proponete una riforma costituzionale fatta male, che cancella prerogative, sistema di garanzie, bilanciamento di poteri. Abbiamo, però, appreso dai giornali, domenica, che lo fate per dimostrare di essere credibili.

Crediamo, tuttavia, che la credibilità del nostro Paese si misurerà su altro, non basterà la cancellazione del Senato per garantire la ripresa economica, ma ci vorrà una buona dose di coraggio politico per dire all’Europa che noi non possiamo rispettare i vincoli e gli obblighi di bilancio che ci impongono perché il Paese è sulla soglia di povertà; l’ISTAT ha detto che ci sono 10 milioni di poveri, pari al 16,6 per cento della popolazione.

Dovreste allora usare quel coraggio per fare l’unica riforma costituzionale davvero urgente: togliere dalla Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio introdotta dalla legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1. Si tratta di una misura che ha dimostrato la sua drammatica pericolosità nell’attuale fase di recessione, rendendo molto più difficili gli investimenti per la crescita e spingendo il Paese in una spirale recessiva; minori entrate dalla tassazione e minori investimenti pubblici. Rischi terribili che erano stati ampiamente previsti da autorevoli economisti, tra cui sette premi Nobel, nella famosa lettera che scrissero nel 2011 ad Obama. Ed è del tutto inutile che il Premier annunci in maniera roboante le proprie richieste di maggiore flessibilità in sede europea o di poter finanziare gli investimenti sul digitale, se questo vincolo rimarrà in Costituzione. Far cambiare verso all’Europa non si fa con gli annunci, ma con le scelte. Diceva La Pira che «i profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, coloro che hanno rifiutato queste fatalità».

E cosa comporta questa riforma del Senato proposta dal Governo? Avremo un Governo sostenuto solo da una Camera, una Camera dove ci sarà una maggioranza certa grazie ad un premio di maggioranza più alto di quello del Porcellum (a proposito, ma non era incostituzionale?), e allo stesso tempo, come Senato, una camera di nominati. E non ci saranno primarie salvifiche per nessuno; la scelta rimarrà salda ai partiti. Dunque anche qui si perpetua un errore del passato, con grossi danni alla democrazia e alla libertà di scelta dei cittadini, il cui diritto di voto sarà sempre più limitato; ma nemmeno questa verità la vostra propaganda racconta.

Avremo una Camera in cui non ci saranno opposizioni di forze minori, grazie alle soglie di sbarramento alla turca (non proprio un esempio di democrazia liberale), e senza il contraltare del Senato. E così i grandi partiti, quelli che oggi decidono da soli di fare le riforme, si creano un sistema che si autoripropone, che congela lo status quo e nel quale il leader del partito di maggioranza potrà, in nome della governabilità, controllare di fatto la Corte costituzionale e il CSM ed eleggere il Presidente della Repubblica da solo. Ma che visione corta è questa? Davvero pensate che sarete sempre voi al Governo? E se domani dovessero vincere altri le elezioni e non ci sarà più la monarchia illuminata? Avremo un sistema che assomiglia tremendamente ad un sistema presidenziale, surrettiziamente introdotto adducendo motivazioni anticasta. Cavalcare l’onda dell’antipolitica non risponde alle richieste dei cittadini, ma serve solo a placare la fame di chi vede nella politica in sé il male e non lo vede nei politici che sbagliano con i loro comportamenti eticamente condannabili.

La proposta del Governo sul Senato, come quella dell’abolizione degli eletti nelle Province, risponde soprattutto ad un obiettivo di pura propaganda: meno politici, meno stipendiati, ma sempre nominati. Non una seria riflessione sulla riduzione delle indennità, che potrebbe essere fatta subito, senza cambiare la Costituzione, né su un più sobrio comportamento da parte della politica, che dovrebbe appunto dimostrare che un’altra politica è possibile. Un taglio agli altri e non a sé, ancora un colpo di immagine.

Già, proprio qualche mese fa, infatti, si è lanciato lo slogan «3.000 politici in meno»; ma a settembre si rivoterà per le Province e le aree metropolitane, con un’elezione di secondo livello. Dunque, abbiamo annunciato il taglio delle Province, ma in realtà si è tolto soltanto il diritto di voto ai cittadini. Lo ha confermato ieri il relatore Calderoli, che nella sua relazione ha detto che la soppressione delle Province è una pura finzione: è stata cambiata soltanto la facciata del palazzo. Dunque, diremmo, un taglio netto alla partecipazione dei cittadini.

Ed è lo stesso che proponete oggi per il Senato: un Senato di nominati, anzi di prescelti, prescelti da persone già elette, ovvero tra i consiglieri regionali e i sindaci, facendo votare soltanto gli eletti nei Consigli regionali. Vorrei ricordare che le leggi elettorali regionali non sono uguali tra di loro, ma sono sistemi diversi. Molti hanno i listini (quindi potrebbe verificarsi l’ipotesi di senatori che di fatto non hanno mai affrontato un’elezione diretta da parte dei cittadini) o soglie alte di sbarramento (al punto da garantire un monocolore o quasi degli eletti di secondo livello e cancellare tutte le forme di rappresentanza diretta). Sarà anche interessante capire come si potrà rispettare la parità di genere. Vorrei ricordare a tutti noi che, nelle ultime elezioni regionali, sono stati molto pochi i Consigli regionali che hanno eletto donne. Insomma, si taglia sulla rappresentanza diretta dei cittadini in nome della governabilità; è un po’ come dire «non disturbate il manovratore».

Il vero obiettivo di questa riforma è, in maniera del tutto miope, sbarrare la strada alla democrazia partecipativa, perché è chiaro che questa visione di un nuovo rapporto tra cittadini ed istituzioni è del tutto in conflitto con quella dell’uomo solo al comando, che ha un approccio verticale ed efficientista, ma soltanto in apparenza. Ed è un approccio sbagliato, perché, dopo un periodo così pesante di crisi economica, sociale e culturale, in cui la disillusione della politica ha raggiunto livelli altissimi e la partecipazione dei cittadini alla politica attiva e al voto livelli specularmente bassissimi, quello di cui la nostra democrazia ha un disperato bisogno sono misure capaci di riconnettere i cittadini e le istituzioni, i cittadini e la politica. Nell’epoca della crisi della democrazia sostanziale il nostro impegno dovrebbe andare nella direzione di rendere più democratiche le forme di rappresentanza, superando le derive personalistiche della politica.

Se il Governo avesse una visione innovativa della società, ci proporrebbe di cambiare verso, non stravolgendo le «protezioni» che erano state inserite dai Padri costituenti a tutela della democrazia, della Repubblica e di tutti i cittadini, ma, all’opposto, sostanziando quelle misure in una riforma capace di coinvolgere il Paese con messaggi positivi e di grande inclusività. Una riforma che non parli alla pancia della gente, ma che assicuri efficienza e stabilità e rafforzi l’etica pubblica. Non c’è più tempo da perdere dietro a riforme sbagliate e dannose.

Questo è il mantra che ci avete propinato in queste ultime settimane: avete raccontato al Paese che non sono state fatte riforme efficaci a causa di 20 anni di immobilismo. In realtà non è vero, perché in questi 20 anni, eccome se sono state fatte riforme! Allora basta, non siete originali, con questa propaganda, che oltretutto riproduce una pratica che abbiamo già sperimentato. Vorrei elencare alcune riforme fatte in questi anni: dalla legge Fornero, alla Fini-Giovanardi, dalla legge Bossi-Fini, alla Gelmini, fino alle tante leggi ad personam. Molte di queste «controriforme» hanno avuto anche un iter molto veloce: pensate che il lodo Alfano è stato discusso e approvato dal 26 giugno 2008 al 22 luglio 2008. Peccato che quel testo sia stato dichiarato incostituzionale. Verrebbe da dire: la volontà politica c’era, l’efficienza della velocità, quando c’è bisogno si trova, ma la correttezza costituzionale no. Questo perché si trattava di un provvedimento ad personam. La legge Fornero fu approvata cosi velocemente da dimenticare gli esodati. A proposito, anche questa è una riforma urgente, ben più urgente di quella del Senato, perché parla alla vita reale delle persone.

Il dogma della velocità è incompatibile con le riforme costituzionali, che appunto dovrebbero ridisegnare una visione per il Paese e il modello di democrazia che vogliamo per il Paese, ma non solo oggi o per le prossime elezioni: bisognerebbe almeno fare lo sforzo di pensare da qui ai prossimi 20 anni. Questo è l’obiettivo medio che dovrebbe darsi un legislatore e un riformatore. Qui invece si è ribaltato il processo: invece di dire che riforma volevamo fare, si è visto con quali numeri in Parlamento era possibile fare una riforma e si è adattata questa riforma ai numeri presenti in Parlamento, senza che essa avesse alcun disegno d’insieme coerente. È quello che è successo con l’Italicum. Il Presidente del Consiglio, allora segretario del PD, ha portato il leader di Forza Italia alla sede di via del Nazareno per decidere che riforma sarebbe stata possibile, giocando su maggioranze a geometrie variabile, a seconda del tavolo su cui si giocava. Ciò non partendo da una propria proposta, ma accettando di fatto quella che voleva Berlusconi: anzi, esattamente come per il Porcellum, che faceva comodo a Berlusconi. C’è velocità, è vero, ma non c’è niente a che vedere con la qualità.

È per questo che avremmo voluto veder riconosciuto qui, oggi, almeno il fatto che si stanno confrontando opinioni e opzioni diverse, ma tutte di uguali dignità. Non basta fare le riforme, bisogna farle bene, come ci sollecitano molti costituzionalisti di varia provenienza culturale, da tempo, e non ora sull’onda dell’emotività e della demagogia, che sempre la fanno da padrone in tempi elettorali. Nonostante le elezioni siano appena terminate, sembra che la campagna elettorale sia sempre in corso. Si lanciano continui messaggi di destabilizzazione: un vero paradosso per chi ha fatto della governabilità un mantra. Invece, al posto del riconoscimento della legittimità di pensieri diversi e del rispetto, abbiamo avuto derisione e sberleffi. Non solo siamo dinanzi ad una riforma costituzionale che non nasce nelle Aule parlamentari, dove ci sono i rappresentanti dei cittadini, ma – fatto gravissimo – è proposta dal Governo, che impone il proprio modello e senza possibilità di confronto e di dibattito con chi ha un pensiero diverso o altre idee. Altro che articolo 21 della Costituzione: ve lo ricordate? È l’articolo sulla libertà di espressione del pensiero. Qui si invoca la lesa maestà. Allora dobbiamo dirlo: siete autoritari. Sì, autoritari. Abbiamo capito che non vi piace sentirvelo dire, ma lo diciamo, perché non avete rispetto delle opinioni altrui e delle diversità e questo è anche un segno di grande debolezza e di poca autorevolezza.

Dobbiamo però fare tutti attenzione: la società si rappresenta ampiamente in politica, ma, nel caso in cui questo non avvenga, purtroppo – come abbiamo sperimentato – si trovano altri modi di rappresentazione e, quando la società è costretta a rappresentarsi fuori dalle istituzioni, i rischi sono altissimi: anche a tale proposito, la storia dovrebbe insegnarci parecchio, per cui dovremmo far funzionare la memoria storica, onde evitare tali pericolosissimi rischi.

Anche per l’importanza dei temi in gioco, ci saremmo dunque augurati che il nostro dibattito si prendesse cura di tutti questi aspetti e non tacesse dell’esigenza di democrazia – non di demagogia – di questo Paese. Dobbiamo guardare al futuro, che non è finito il 25 maggio e che non finirà in questi giorni, ma che proseguirà anche oltre noi. Dobbiamo avere l’orgoglio e l’umiltà di ricordare che la Costituzione che ci hanno affidato i Padri costituenti è qualcosa di più di noi e delle nostre legittime aspettative e che, qualunque visione si abbia, essa deve tener conto dei saldi principi su cui la Carta costituzionale è stata costruita. Per essere veri riformatori oggi, bisogna attuarla, senza inventare nulla di nuovo, ed essere coerenti, perché lì vi sono le regole nuove del convivere civile, di quello politico e della rappresentanza politica.

Senza avere l’ansia dei titoli di giornale, avremmo forse potuto lavorare seriamente ed in modo condiviso per allargare la democrazia e non rinchiuderla in forme che ne mortificano la piena realizzazione. In ogni caso – e lo diciamo chiaramente da molto tempo – noi di Sinistra Ecologia e Libertà non ci adeguiamo: anche a costo di essere controcorrente e tagliati fuori dalla vostra propaganda e dalla vostra semplificazione sloganistica, non ci conformeremo. Vogliamo infatti aprire una seria discussione sulla qualità delle riforme e del cambiamento, che è indispensabile per il futuro della democrazia: se non sarà possibile farla qui in queste Aule, continueremo a farla fuori, nel Paese e con i cittadini.