Intervento in aula al Senato sul Decreto Cultura

settembre 19, 2013 in In Parlamento, News e iniziative da alessia

Pur dal nostro ruolo di opposizione, diamo atto al Ministro Bray di avere offerto, dopo anni di oscurantismo culturale, l’opportunità al Parlamento di parlare di cultura, seppure in modo specifico e settoriale ma parlare di cultura e beni culturali.

Il Ministero dei beni culturali è stato sottoposto a tagli pesanti negli ultimi 10 anni sulla base di scelte politiche miopi e sbagliate dettate dall’assioma orami noto a tutti che “con la cultura non si mangia”, che vorrei confutare alla radice.

Un taglio del 31% delle risorse che è stato costante e progressivo, con la sola eccezione della spesa burocratica nelle alte sfere, come i dati evidenziano.

L’Italia sta vivendo un momento in cui l’emergenza economica e sociale sta facendo sentire il suo peso più forte e sarebbe necessario mai come ora scegliere i settori su cui puntare per il rilancio economico. Si tratta di fare scelte forti, di mettere in moto meccanismi virtuosi capaci di avere un ritorno positivo per i decenni a venire. Investire risorse pubbliche superando “quella concezione passiva della cultura, basata solo sulla conservazione dell’esistente e sulla difesa dell’antico (che pure sono fondamentali) che ci ha fatto smettere di produrre idee, convinti che, grazie al nostro passato glorioso, potevamo fare a meno di nuovi contenuti. (Pier Luigi Sacco, autore insieme allo storico dell’arte Christian Caliandro del saggio Italia Reloaded).

E’ invece necessario certamente favorire con adeguati incentivi fiscali gli investimenti in cultura da parte delle imprese, ma serve soprattutto un progetto straordinario capace di far nascere e consolidare la consapevolezza degli investimenti culturali come elementi chiave per il rilancio economico del nostro paese.

Tuttavia il Governo non ha intrapreso la strada di una legge quadro per rilanciare entusiasmo in un settore mortificato da tagli e dal profondo senso dell’abbandono; ha preferito anche questa volta la solita strada intervenendo su situazioni emergenziali, e per dare enfasi è stato chiamato “Valore Cultura”.

Si tratta di un’altra occasione mancata per un governo che sta impoverendo i cittadini con vuote politiche di rigore solo per avere il consenso dell’Europa, ma rinuncia a seguire le buone pratiche europee.

In Europa e negli Stati uniti si sta scrivendo un’altra storia. In Francia, in Germania, negli Stati Uniti, i finanziamenti statali sono stati mantenuti – e sono anzi lievemente aumentati – proprio per il ruolo anticiclico attribuito agli investimenti culturali.

Secondo le stime di Eurostat e del WTO, turismo e cultura forniscono un contributo maggiore al PIL rispetto al settore delle costruzioni. (costruzioni….ogni nostro dibattito è sempre legato all’urgenza di far ripartire l’edilizia attraverso i grandi cantieri e per le infrastrutture faraoniche e invece basterebbe fare altro).

In Italia, il contributo del settore culturale al prodotto interno lordo, intorno al 2,3%, è la metà di quello in Francia e Regno Unito, a tutto discapito del numero di posti di lavoro che in questo settore sono qualificati e giovani.

Il ritorno economico dei beni culturali nel Regno Unito è tre volte superiore a quello italiano.

Autorevoli studi dimostrano che per 1€ investito nel settore culturale, il ritorno per il nostro territorio è di 6€.

Il nostro paese può mantenere un margine competitivo soltanto investendo sul “patrimonio umano”, tornando ad investire su se stesso: sulla scuola, a partire dagli asili, sulla formazione e sulla ricerca, sulla produzione musicale, artistica, teatrale, cinematografica, sui beni culturali storicizzati, su iniziative di educazione ambientale e paesaggistica.

Non soltanto finanziare e promuovere le eccellenze, che possono trovare un loro spazio commerciale internazionale, ma anche sostenere e far crescere le numerose iniziative di base che possono essere un motore fortissimo di sviluppo del territorio anche in termini di potenziamento della qualità della vita.

L’identità internazionale del nostro paese, oltre allo stile di vita, al cibo, alla moda, al calcio o alle automobili, è fortemente legata ai beni culturali, alle tradizioni artistiche, culturali, musicali, cinematografiche.

Giulio Carlo Argan scriveva che “è bene culturale ciò che la cultura via via riconosce come tale”. E in un paese così impoverito anche culturalmente si rischia di considerare il patrimonio culturale come una risorsa da consumare e non come un settore in cui investire risorse pubbliche certe per la crescita culturale, sociale.

Risorse certe perchè in questo decreto, come ha avuto modo di confermare in commissione il governo, le risorse non ci sono e sono aleatorie.

A parte i finanziamenti europei per il Grande Progetto Pompei, il resto sono risorse che dovrebbero arrivare dalle accise su alcol e tabacchi… dobbiamo augurarci un aumento dei consumi di alcool e tabacco nonostante le campagne governative contro il tabagismo e gli alcolici.

Il commissariamento di Pompei, la scelta di fare 2 sovrintendenze in provincia di Napoli non è chiara. Si mortifica il lavoro fatto in questi anni e si disegna un sitema di governo per niente semplice, anzi appesantito destinato a far entrare i vari livelli in conflitto tra loro.

Quando la commissione è stata in visita a Pompei è apparso chiaro a tutti (nonostante l’accoglienza perfetta) che lì si registrano ritardi incredibili i cui motivi sono vari. Non basta mandare qualcuno del ministero con super poteri ma sarà fondamentale riuscire a coinvolgere il territorio, gli enti locali in primis e i cittadini. Il controllo contro le infiltrazioni della criminalità organizzata non può trovare scorciatoie con le “stazioni appaltanti” ma introducendo norme e principi a tutle della cultura della legalità. Portare a termine il solo progetto nell’area archeologica di Pompei senza investire risorse e non solo nel territorio circostante sarebbe riduttivo.

Aggiungo che in Campania oltre le aeree archeologiche a cui si riferisce il decreto non dobbiamo dimenticare l’area archeologica di Velia e Paestum. Quest’ultima è uno dei 48 siti dell’Unesco e si trova in uno stato di abbandono, dove materassi e copertoni ricoprono le tombe dell’età del rame e la sporcizia tende ad aumentare ogni giorno. Inoltre in quella che fu l’antica colonia di Poseidonia si svolge un’intensa attività agricola perché l’80% dei terreni compresi entro le mura sono di proprietà privata. In estate si organizzano nell’area archeologica spettacoli dal vivo che nulla hanno a vedere con l’area ma con il solo scopo di fare cassa e garantire almeno il taglio dell’erba e un po’ di manutenzione.

Servono risorse pubbliche non solo per l’ordinaria manutenzione ma per proseguire gli scavi e liberare l’area dai tanti abusi edilizi che hanno occupato uno dei siti archeologi della magna Grecia ancora esistenti.

Il patrimonio culturale italiano ha urgente bisogno di un’opera di catalogazione seria, sistematica, continua, ma per l’immensità dei numeri un tirocinio di un anno per 500 giovani laureati, magari dottori di ricerca e/o specializzati, con parecchi anni di studio e di precariato alle spalle, precariato che questo progetto straordinario di inventariazione digitale purtroppo istituzionalizza, rischia di non servire a niente, nemmeno a dare una risposta contro il precariato come la sottosegretaria ci ha confermato in commissione.

Siamo preoccupati che sia una riedizione di esperienze del passato (basti ricordare i tragici ‘giacimenti culturali’), tutte immancabilmente fallimentari, con enormi sprechi di denaro pubblico e banche dati inutilizzate, computer e software acquistati a caro prezzo e divenuti presto obsoleti e inutilizzabili.

Un anno di tirocinio, di cui uno-due mesi di formazione, poi squadre di giovani inviati in musei e archivi, spesso prive anche del personale che possa tenere aperti i magazzini per consentire l’opera di inventariazione. Abbiamo proposto almeno di aumentare il numero di giovani e le risorse per consentire maggiore stabilità nel lavoro.

Consideriamo positiva la proposta di assegnare ad associazioni e cooperative di giovani artisti spazi demaniali ma non comprendiamo perché il governo abbia deciso di rendere del tutto inutile la proposta perché irrealizzabile. Ma come si può pensare che giovani artisti prendano in affitto a prezzo di mercato gli immobili facendo anche opere di manutenzione ordinaria e straordinaria? Persino i comuni, le cui difficoltà economiche sono evidenti a tutti, abbattono il canone di locazione per le associazioni dell’80%, e lo Stato pensa di dover far cassa dando in locazione una parte del patrimonio demaniale spesso abbandonato da anni senza alcun manutenzione.

La proposta di semplificazione amministrativa per concerti con 200 spettatori va nella direzione di moltiplicare gli spazi culturali, festival e rassegne estive dedicati alla musica dal vivo di giovani artisti emergenti, sostenendo invece il lavoro dei giovani musicisti, fornendo loro la possibilità di esibirsi e facilitandone la crescita creativa e professionale. Certo per aiutare la cultura diffusa e di base sarebbe importante prevedere l’esonero del pagamento dei diritti Siae ma questa è una battaglia che continueremo a fare.

Infine la vicenda delle fondazioni liriche.

In questi anni sono stati fatti errori di pessima gestione degli enti lirici. Errori le cui responsabilità devono essere addebitate innanzitutto a chi ha diretto, nei ruoli istituzionali e manageriali, le fondazioni.

La situazione di grande crisi economica mette in luce la miope scelta di trasformare gli enti lirici in fondazioni sempre con la mera illusione di riuscire più facilmente a drenare risorse di privati e a ridurre progressivamente gli investimenti pubblici. Il fallimento del liberismo applicato alla cultura pare sia sotto gli occhi di tutti a partire dalle vicende drammatiche del maggio Musicale fiorentino dove le responsabilità sono state addossate per lo più al personale “in esubero” (come se ognuno dei lavoratori si sia assunto da solo). La soluzione prospettata non ci piace ma comprendiamo che è un tentativo del Ministro per evitare il fallimento proposto dal commissario e provare a trovare una soluzione condivisa, dopo i vani tentativi di ricorrere ad espedienti di bilancio, ad alchimie fiscali ai fini della sostenibilità finanziaria. Non ci piace perchè non disegna una prospettiva futura ma si concentra sul risolvere l’emergenza contingente cancellando ogni tutela e diritti dei lavoratori.

Inoltre si è evitato che l’intervento pubblico fosse finalizzato solo al Maggio ma anche alle altre Fondazioni liriche in seria difficoltà sul territorio nazionale. (A partire da Genova e Cagliari)