La mia replica a L’Espresso

novembre 20, 2013 in Comunicati Stampa, News e iniziative da alessia

Schermata 2013-11-20 alle 19.07.24Il fatto che la mia attività parlamentare possa suscitare l’interesse di una testata come L’Espresso e di una prosa brillante come quella di Giovanni Manca (sempre che non si tratti di uno pseudonimo) non può che farmi sentire onorata, anche se, da parte di quest’ultimo, sarebbe stato preferibile un maggiore approfondimento sugli ultimi mesi di vita politica di questo Paese prima di cercare di suffragare a tutti i costi la tesi dell’ineluttabile fine di Sel e dei suoi parlamentari, esposta nell’articolo “Sel, la crisi senza fine della sinistra”.
Nel testo, ad esempio, si definisce “autafè” la frase di Vendola “senza coalizione non saremmo stati in Parlamento”, estrapolata dal contesto in cui era stata pronunciata e soprattutto privata dalla sua prosecuzione: “voi senza il nostro 3,2% non avreste tanti deputati e senatori”. Si trattava, com’è noto, di una constatazione aritmetica rivolta al Partito Democratico dopo la fine di Italia Bene Comune. Considerazioni reali sugli scherzi di questa legge elettorale, lontanissime dal senso di “autodafè” che forzosamente viene loro attribuito nell’articolo.
Del resto, l’obiettivo non pare essere quello di informare, bensì quello di attaccare una forza politica in quanto tale. Al punto di rimaneggiare più volte il testo, aggiungendo – con risultati di comica chiaroveggenza – riferimenti a fatti successivi alla prima pubblicazione, datata 14 novembre, in barba alla correttezza nei confronti degli ignari lettori.
Colpisce che questo avvenga utilizzando una terminologia dispregiativa, gretta e antidemocratica, che arriva a paragonare i deputati di Sel a cani che “arrancavano ad abbaiare contro l’ennesimo decreto che proroga le missioni internazionali dei nostri soldati”, passaggio, questo, poi pudicamente fatto sparire dal testo.
Tuttavia, la parte più paradossale dell’articolo è quella in cui il suo autore, affermando il falso, si meraviglia del “voto contrario” di Sel al decreto sul femminicidio, citando a sproposito una mia dichiarazione resa durante la discussione in aula. Com’è noto, Sel non ha votato contro. Sel – cosa ben diversa – non ha partecipato al voto finale, sfilando le tessere come segno di protesta. E non abbiamo votato perché quello che la stampa ha definito semplicisticamente Decreto-femminicidio era in realtà un testo che conteneva anche il Decreto sicurezza, con norme per la militarizzazione degli stadi, i presìdi NOTAV, le manifestazioni di piazza e altro ancora. Una questione complessa che forse meritava un più approfondito lavoro parlamentare. Come si legge nella mia dichiarazione riportata nell’articolo, il femminicidio non è purtroppo un’emergenza: è un fatto strutturale, come da anni tutte le associazioni di donne e i centri antiviolenza denunciano. Le donne muoiono per mano di mariti, fidanzati, uomini da sempre e non sempre hanno l’onore della cronaca. Conosciamo il dramma della violenza contro le donne non grazie agli articoli dei giornali, ma perché lavoriamo con chi direttamente se ne occupa da anni. Servono risorse per realizzare un cambiamento culturale e sociale, per sostenere le iniziative di prevenzione e accoglienza. Non basta soltanto un inasprimento delle norme, giudicato non necessario da avvocati e centri antiviolenza.
In questo Paese c’è chi ancora presta attenzione al merito delle questioni, provando a non farsi travolgere dalla politica dell’urlo, consapevoli che il vero rischio è quello di non “fare notizia” e di prestare facilmente il fianco a facili operazioni come quella condotta da Manca.
Vorremmo che si cominciasse a raccontare la politica in un modo diverso, che vada oltre la sola denigrazione e che si alimenti del rispetto delle posizioni diverse. Anche di questo c’è bisogno per aiutare il nostro Paese a rinascere. Dispiace, quindi, che L’Espresso si sia prestato a questo gioco, rinunciando a quella correttezza e a quella completezza di informazione che sta alla base del “patto con i lettori” ed è garanzia di buon giornalismo, di cui L’Espresso è ancora un esempio, cadute di stile a parte.