Livorno: cronaca di una giornata particolare, dentro la crisi economica

ottobre 8, 2009 in Comunicati Stampa da alessia

Il racconto di una giornata tra i lavoratori e le lavoratrici delle fabbriche livornesi in crisi, tra rabbia e disincanto, dignità e speranza. Per reimparare a vivere i luoghi e le storie di un popolo senza voce. Un articolo di Alessia Petraglia

 Livorno, Piazza della Provincia: un gazebo stretto e lungo ospita il presidio dei lavoratori della Delphi, circa 170 lavoratori del settore della componentistica automobilistica che da 3 anni sono in cassa integrazione.

Una parte dello spazio è destinato ai lavoratori della Giolfo e Calcagno, una società del settore alimentare (pesci surgelati). Il retro del gazebo è quasi sontuoso. A fare da parete, c’è in lungo striscione con foto a colori e le riproduzioni degli articoli di giornale più significativi. La parte davanti e l’interno sono molto più spogli: di solito, in simili presidi, trovi sempre volantini da prendere, petizioni da firmare, e alle pareti documenti di solidarietà delle altre fabbriche e disegni dei bambini. Qui, invece, una lavagnetta vuota di messaggi, un tavolino, qualche sedia. E, soprattutto, uomini e donne stanchi, spossati da tre anni d’illusioni e disillusioni, di confusione (“La Regione ha impiegato un anno e mezzo solo per sapere di chi è l’area! Scommetto che io con la terza media ci mettevo una settimana!”). La maggior parte di loro non ha più voglia nemmeno di sfogarsi, di raccontare la propria condizione. Un giovane, però, ha ancora la forza d’essere arrabbiato. Ci dice, in sostanza, che è stufo d’incontrare “politici”, che la loro situazione è nota e che raccontarla per l’ennesima volta significherebbe perdere fiato e la Regione ha latitato per 3 anni.. Gli altri tacciono, ma molti annuiscono. Sarebbe inutile e provocatorio, in questa situazione, far presente la nostra appartenenza a Sinistra e Libertà, le nostre differenze rispetto al Pd (la “politica” per eccellenza, in una città come Livorno), la nostra solidarietà politica e la nostra vicinanza umana. Ne hanno viste e sentite troppe, ormai. Non sono più disposti neanche a distinguere tra maggioranza e opposizione, tra Regione e Governo, neppure tra Sindacato e Confindustria: ci sono loro, ci sono i “politici” e c’è una città se non indifferente, almeno assuefatta ai presidi dei lavoratori delle tante, troppe,aziende in crisi nella provincia di Livorno.

I passanti non si fermano, basta voltare le spalle al gazebo e la drammaticità della situazione svanisce. Nella piazza, il centro politico della città, si respira un’aria di regolare quotidianità. I lavoratori della Delphi percepiscono l’isolamento. Dopo la tirata del giovane, un uomo di mezza età, più pacato, quasi rassegnato si direbbe, tocca con il dito il tetto del gazebo: “vedete questo? I sindacati lo hanno messo e ci hanno detto di star qui sotto. Per farci star buoni, perché non si faccia nulla di testa nostra!”.

Proviamo a far presente che i consiglieri di Sinistra e Libertà possono impegnarsi perché la Regione garantisca la continuità degli ammortizzatori sociali quando a Dicembre scadrà quella straordinaria, mantenga gli investimenti promessi per consentire la reindustrializzazione del sito e verificare la credibilità del nuovo progetto Rossignolo. Ne ricaviamo una reazione di fastidio: non vogliono la cassa integrazione, vogliono lavorare. Infatti, contrariamente al solito, nessuno ha parlato di problemi economici, che pure indubbiamente hanno. Neanche un accenno ai figli da mantenere, al mutuo o all’affitto da pagare. Ci parlano con orgoglio della loro professionalità della loro abilità al tornio, al muletto, alla pressa.
Non vogliono perderla con l’inattività e non vogliono essere “ricollocati” in ambiti lavorativi in cui non possono valorizzarla. Sono, nel senso più classico del termine, dei produttori, e ciò non è semplicemente il loro orgoglio, è piuttosto la loro intima ragione d’essere. Certo, alla fine, pur di campare la famiglia, si adatterebbero a lavori più immateriali, ma per la maggior parte di loro ciò equivarrebbe ad una deportazione culturale. Forse è per questo che la proposta di Rossignolo è quella a loro più congeniale, nonostante le perplessità che si possono nutrire circa le effettive possibilità di successo sul mercato di Suv di lusso in un momento di crisi drammatica come questo.

Altro spazio, altro gazebo presidio della Giolfo e Calcagno, circa 100 dipendenti e il 60% donne. Predominano lo sconcerto e la preoccupazione economica, sono passate in un attimo da ritmi di lavoro molto sostenuti all’annuncio della messa in liquidazione dell’azienda. Le lavoratrici di questo presidio si mostrano più disponibili all’incontro, spiegano la propria situazione, cercano referenti e riferimenti istituzionali. Parlano e ascoltano. Ci dicono che l’azienda era in attivo, che recentemente era stato ristrutturato il pontile, le celle frigorifero, che nulla faceva presagire quest’esito. E per spiegarselo, accennano a contrasti nella famiglia proprietaria, a pendenze con l’Inps prima ignote, a presunte rivalutazioni immobiliari del terreno.
Certo, l’ipotesi che qualcuno si decida a rilevare l’azienda, che possano continuare a lavorare assieme è la preferita. La preoccupazione principale è, però, la riconquista d’un qualsiasi posto di lavoro in grado di garantire un reddito ragionevolmente stabile e sicuro. E le prospettive non sono rosee: le donne con più di 35 anni temono di non riuscire a trovare lavoro perché considerate troppo anziane, quelle più giovani perché hanno bambini piccoli. E si rendono conto che le situazioni di crisi nell’area livornese stanno diventando decisamente troppe per poter sperare in un mercato del lavoro ricettivo.

Appena il tempo di salutare, ed ecco che si avvicinano due operai dei Cantieri Navali. A Livorno –ci dicono- tutti, amministratori e sindacalisti, si consolano della situazione dicendo che almeno i Cantieri vanno bene, e per il momento è vero. Però sono preoccupati per l’anno prossimo: le commesse sono drasticamente diminuite e quelle ventilate sono ancora molto incerte; la proprietà dei cantieri Azimut Benetti ha già annunciato un ridimensionamento produttivo e pare abbia difficoltà con il credito,nonostante i contratti firmati. I primi a risentirne potrebbero essere i lavoratori dell’indotto lì ci sono le professionalità che rendono concorrenziale Livorno. Se spariscono, non si riformano dall’oggi al domani e di conseguenza i Cantieri non avranno futuro.

Lì vicino, nella sede di Sinistra Democratica, ora trasformata in Sinistra e Libertà, ci aspettano alcuni lavoratori della TRW. La TRW occupa parte del sito produttivo ex-Spica, l’altra parte era occupata dalla Delphi. Anche la produzione è simile: sterzi per auto e sistemi di guida. La crisi si sente anche lì, c’è la cassa integrazione ed il timore che il gruppo, con molti stabilimenti in Europa, possa decidere di chiudere Livorno per delocalizzare. Anche se la loro situazione per il momento è migliore di quella dei cassintegrati ex-Delphi, si sentono in qualche modo più deboli di loro. Temono di non riuscire, in caso di aggravamento della crisi, ad ottenere lo stesso livello d’intervento e d’attenzione. In più, se l’ipotesi Rossignolo non dovesse concretizzarsi, gran parte del sito ex-Spica rimarrebbe inutilizzato e allora la proprietà della TRW potrebbe chiudere l’impianto e partecipare al tentativo d’una speculazione immobiliare su quell’area.
A sera, l’ultima tappa: il presidio di fronte all’ingresso dell’ENI di Stagno. Un gazebo piccolo e spartano, un piccolo presidio di lavoratori con esperienza, che hanno vissuto varie stagioni di lotta e che, pur nella drammaticità della situazione personale, mantengono una sorta di distacco, come ad impedire che le emozioni turbino la capacità di capire le mosse dell’avversario e di elaborare le scelte più adeguate. Si capisce che sono figli di un’epoca in cui il sindacato lottava e vinceva, ne hanno interiorizzato le regole (“durare un minuto di più dell’avversario”, “non reagire alle provocazioni”).

L’Eni di Stagno è uno stabilimento in attivo, ma l’azienda – non si sa con quanta lungimiranza, vista l’instabilità di quelle aree – trova più conveniente spostare la maggior parte delle fasi di raffinazione sulla costa orientale del Mediterraneo, dove costo del lavoro e vincoli ambientali sono minori: Turchia, Egitto. Il problema è che l’Eni non sembra intenzionata a cedere un sito comunque produttivo ad un concorrente diretto (Q8, Tamoil, etc.). Ci stanno parlando della loro assoluta contrarietà all’offerta di Kelsch (un finanziere americano che non ha interessi diretti nel settore petrolifero, ma in compenso è molto bravo a dismettere i siti industriali vendendo i pezzi pregiati degli impianti e facendo lo “spezzatino” del resto) quando un rappresentante sindacale li chiama dal cancello della fabbrica. Si alzano senza concitazione, si avvicinano al cancello a passi misurati. Noi tutti rimaniano seduti, il loro atteggiamento ci ha messo addosso una sorta di pudore: è del loro futuro che stanno per apprendere, è giusto che lo sappiano per primi, che non ci siano intrusi. I minuti passano, il piazzale è buio ma anche se fosse illuminato a giorno non riusciremmo comunque a capire nulla dalle loro espressioni. Sono tutti molto attenti, ma non c’è un moto né di contentezza né di sconforto. Alla fine non ce la facciamo più, ci avviciniamo anche noi. La notizia è che Eni ritiene poco credibile l’offerta di Klesch e che la trattativa è “gravemente compromessa”; tornando verso il presidio, uno di loro finalmente dice: “Hanno usato Klesch come spauracchio”. E attendono la prossima mossa…
Le ultime notizie dicono che l’Eni non venderà il sito di Livorno ma la preoccupazione dei lavoratori non scompare.

Si rientra a notte fonda con un seno di rabbia e impotenza. Domani saremo in piazza al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici. Una forza di sinistra laica e ecologista non può non partire dalla difesa del lavoro, della sua qualità e del suo valore insieme con i cittadini che vogliamo rappresentare.