Nazionalizzare. Ecco cosa si doveva fare con le banche venete

luglio 27, 2017 in In Parlamento da alessia

In aula al senato la discussione generale sul decreto per il salvataggio delle banche venete. Il mio intervento in aula ieri.

Per quanto concerne la crisi delle due banche venete si poteva fare molto prima e molto meglio.

Il governo italiano, la Banca d’Italia e la Regione Veneto si sono dimostrati clamorosamente incapaci, prima, di vigilare e di prevedere tempestivamente la crisi, e poi di gestirla. Hanno perso tempo molto prezioso. Il risultato è che la crisi delle due banche è peggiorata rapidamente, che le due banche sono state costrette a chiudere, che lo stato ha sborsato e sborserà molti miliardi in più di quanto previsto, usando ovviamente i soldi dei contribuenti. Alla fine le banche venete sono fallite e le loro attività – quelle buone – sono state regalate per un euro a un’altra banca privata, Banca Intesa. Mentre lo stato si è sobbarcato tutte le attività negative e deteriorate. E’ difficile che potesse andare peggio di così.
Quella dei salvataggi bancari è stata tra le questioni sulle quali questo governo e quello precedente hanno dato il peggio di sé. Delle soluzioni migliori potevano certamente essere trovate anche con un po’ più di coraggio, come ci ha ricordato più volte Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato.
Occorreva nazionalizzare prontamente le banche venete e gestirle come banche pubbliche di sviluppo per rilanciare l’economia nazionale e i territori. Il governo invece ha gettato le perdite sulle spalle dei contribuenti per lasciare tutti i vantaggi e i profitti a Banca Intesa. Tutto il peso della crisi è stato gettato sulle spalle dei contribuenti italiani: lo stato si impegna per circa 17 miliardi, una cifra enorme, pari a una finanziaria. Questa è quella che si definisce “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”.
Con questa cifra si potevano rilanciare gli investimenti pubblici e creare milioni di posti di lavoro. Grazie al rilancio dell’economia si poteva anche sanare il sistema bancario italiano oberato da circa 350 miliardi di crediti deteriorati.

La domanda a cui non abbiamo mai avuto risposta, è come sia stato possibile arrivare a questo punto. Come sia stato possibile, davanti ad un disastro prima annunciato un anno fa, dichiarare che l’intervento del Fondo Atlante fosse risolutivo, permettere poi che l’intervento che era costato 3 miliardi e mezzo di euro, di cui 500 milioni di fondi pubblici della Cassa Depositi e Prestiti, fosse capace di bruciare completamente il capitale nell’arco di un anno.

Durante quell’anno il Governo ha ripetutamente detto a tutta l’Italia che c’era una soluzione pronta e che si stava lavorando in definitiva alla ricapitalizzazione preventiva, cioè al modello Monte dei Paschi. Lo ha detto fino ad un minuto prima di annunciare che invece non c’era più la ricapitalizzazione preventiva ma c’era invece la liquidazione coatta con tutto quello che comporta.
Qual è la differenza fra i due strumenti?
Non è una differenza da poco, anzi è una differenza capitale da un punto di vista politico: con la ricapitalizzazione preventiva lo Stato, ovvero i contribuenti italiani, avrebbero investito 5 miliardi di euro circa all’interno delle banche venete e ne avrebbero assunto la proprietà, avrebbero potuto provvedere – noi avremmo chiesto che venisse fatto – ad attivare tutte le azioni di responsabilità necessarie nei confronti dei vecchi amministratori.
Avremmo potuto mettere in fila tutte le responsabilità dei dirigenti delle banche per poi andare a perseguire coloro che fossero stati ritenuti in qualche modo amministratori o comunque dirigenti non capaci, se non colpevoli.
A questo proposito, dopo avere fatto ritirare l’emendamento del Relatore alla Camera, il Ministro Padoan ha dichiarato presso la Commissione Finanze del Senato che è “favorevole a una norma che chiarisca che le responsabilità in questo campo sono sicuramente importanti e devono essere prima di tutto evitate ed eventualmente sanzionate”.

C’è da credergli?
Il dubbio nasce non solo dal precedente occorso al malcapitato Relatore alla Camera e dall’indeterminatezza dell’impegno assunto da Padoan, ma perché il Ministro da oltre due anni non emana il decreto – previsto da una Direttiva UE recepita dall’Italia nel maggio del 2015 – con cui avrebbe dovuto individuare i requisiti di “professionalità, onorabilità, indipendenza, competenza e correttezza” che i banchieri dovrebbero possedere, pena la decadenza.
Insomma, i manager degli istituti di credito non si toccano.

Il problema è che le crisi bancarie, oltre che prodotte dalla crisi economica più generale, essa stessa conseguenza dell’austerità imposta dall’Unione europea, sono dovute, nel caso di MPS e delle due banche venete, principalmente alla cattiva gestione – su cui sta indagando la magistratura – dei manager-azionisti.

Si sarebbe potuto salvaguardare fino in fondo il lavoro e si avrebbe potuto indirizzare l’attività di credito a tutela di quelle che sono le piccole e medie imprese di uno dei territori più dinamici d’Italia.

Questo si poteva fare, e questo noi avremmo voluto che si facesse. Invece la stessa cifra, 5 miliardi di euro, e cash, liquidi, entro 24 ore come scrive Banca Intesa nel contratto che firma con il commissario liquidatore in vece del Governo; entro 24 ore dalla firma – hanno scritto – noi vogliamo quei 5 miliardi di euro nelle nostre casse e glieli abbiamo dati, messi nelle casse.
Ripeto: 5 miliardi di euro a fondo perduto perché non è un ingresso nel capitale, non è l’assunzione di una proprietà, non stai comprando niente con quei 5 miliardi ma li stai dando a Banca Intesa in modo tale che Banca Intesa si assuma l’onere – capirete che onere – di poter garantire per i prossimi anni – questo scrive nero su bianco – ai suoi azionisti, cioè a soggetti privati, gli stessi soldi che aveva loro promesso prima.
Banca Intesa si permette di dire al Governo: noi forse non avremmo nemmeno fatto l’operazione; ma, poiché ci state chiedendo in ginocchio di farla, voi oggi dovete garantire che noi in questa avventura non perderemo neppure un centesimo, anzi, se ne saremo in grado, ne ricaveremo un profitto.

Ma non è finita qui. Si è messo – e io credo non ci siano precedenti -, il Parlamento nella condizione di lavorare letteralmente con una pistola puntata alla tempia. Infatti, nei giorni successivi all’emanazione del decreto-legge in questione il consiglio di amministrazione di Intesa ha chiesto espressamente, tramite un comunicato ufficiale, che l’operazione non abbia alcun impatto sul proprio patrimonio e sulla politica di distribuzione di dividendi e che, comunque, l’esito positivo dell’operazione sia subordinato ad un percorso parlamentare di approvazione del decreto senza ostacoli, in virtù di una clausola risolutiva apposta al contratto di cessione delle due banche venete.

Credo che nella storia della Repubblica non si sia mai dato un momento in cui viene fatto un decreto-legge, e che quel decreto legge produca l’apertura di un contratto fra privati, che però coinvolge direttamente e in modo pesantissimo lo Stato.
In quel contratto fra privati si dice: se verrà modificata anche solo una riga rispetto al decreto iniziale, questo contratto non vale nulla, ben sapendo che l’annullamento di quel contratto, di fatto, inficerebbe anche il decreto di partenza.
Avremmo voluto che il Governo, davanti ad un atteggiamento di tal genere, avesse avuto la forza e la capacità di presentarsi davanti al Signor Carlo Messina e di dirgli che se il Governo avesse deciso di avviare il bail-in per le due banche venete, chi ci avrebbe rimesso di più erano forse proprio gli azionisti di Banca Intesa, perché quella crisi sistemica a catena che si sarebbe innescata certo l’avremmo pagata tutti, ma molto e molto di più i proprietari delle altre banche italiane.
Quindi, non venite qui a raccontarci la favola per cui Banca Intesa ha fatto un favore agli italiani; né che il Governo non poteva fare nulla di diverso e che la maggioranza parlamentare, affermando di non avere scelta, si è dovuta piegare per l’ennesima volta ad un atto che all’interno di un Parlamento e in un contesto politico democratico non dovrebbe mai essere compiuto.
Qui siamo per l’ennesima volta davanti alla retorica del boccone indigesto, ma che, tuttavia, in nome di non si capisce bene quale principio di responsabilità superiore, deve essere ingoiato.
Il tutto con la benedizione della Commissione europea e della Banca centrale europea, a dimostrazione che, se e quando vuole, il governo sa battere i pugni sul tavolo e farsi concedere ciò che vuole dai tecnocrati di Bruxelles.

Così come il Governo è bravo a trovare in fretta i soldi, sempre se e quando vuole, cioè quando si tratta di banche.

Non ha voluto e non vuole, invece, per gli edifici scolastici che cadono a pezzi, per la sanità oramai incapace di soddisfare le richieste dei cittadini, per le pensioni minime da adeguare al costo della vita, per la manutenzione delle strade sempre più pericolanti, per gli stipendi dei dipendenti pubblici al palo da anni, per i servizi pubblici locali a cui si offre la privatizzazione come unica prospettiva, per la messa in sicurezza del territorio tanto sbandierata nelle settimane successive al terremoto.
Per tutto questo i soldi non ci sono, e sempre meno ci saranno, dal momento che il governo si è impegnato con l’Europa a risparmiare, nei prossimi due anni, una trentina di miliardi.
E che questo, francamente, avvenga nei giorni in cui noi dobbiamo leggere che in questo Paese ci sono 5 milioni di persone che stanno sotto la soglia di povertà, che in questo Paese ci sono migliaia di lavoratori che dall’anno prossimo dovranno inseguire la pensione perché si vedono allungare l’età di lavoro e che a tutte queste categorie, come a tutte le altre, i disoccupati, i senza reddito, si risponda sempre che non c’è un euro e che per loro il tempo verrà dopo.

Ma quando poi queste stesse persone devono leggere sui giornali o ascoltare alla TV che in un minuto si trovano 10-20 miliardi di euro, a seconda delle stime, per salvare le banche, francamente che cosa devono pensare? Difficilmente il Pd, maggiore azionista del governo, potrà scrollarsi di dosso l’immagine della forza politica al servizio dei forti, e nel contempo sordo alle ragioni dei deboli, lavoratori in testa.
Del resto è troppo stridente il confronto con tre recenti episodi particolarmente significativi: la reintroduzione truffaldina dei voucher, la pretestuosa polemica sul diritto di sciopero e il rinvio
sine die della legge sullo Ius soli.

Questo decreto è un esempio perfetto dell’attuale dittatura della finanza che mina le basi della convivenza civile, del welfare, e in definitiva della stessa democrazia.
Quando si è sotto dittatura solo gli interessi di una parte valgono e devono essere ricompensati e tutelati a qualunque costo, mentre invece gli interessi di altri – e nello specifico dei lavoratori e dei più deboli – in questo Paese non vengono mai tutelati.

E a proposito di diritti dei lavoratori, Banca Intesa, il cessionario delle due banche in liquidazione, ha assicurato in diverse sedi che, a seguito del trasferimento del personale di queste ultime, non si darà luogo a licenziamenti e si farà ricorso, su base volontaria, agli incentivi al prepensionamento previsti nell’ambito del Fondo di solidarietà del settore del credito, nonché ad ulteriori misure volte a salvaguardare i livelli occupazionali.

Ma nessuna disposizione è prevista all’interno del provvedimento a garanzia di quanto affermato dal cessionario con riferimento al piano degli esuberi, né tantomeno per quei dipendenti delle società partecipate dalle due banche venete che, non essendo stati acquisiti dal cessionario, rientreranno nel perimetro della bad bank, insieme ai crediti deteriorati.

I dipendenti delle banche in questi anni hanno già pagato con pesanti sacrifici il prezzo delle difficoltà delle loro aziende e adesso per loro è arrivato il tempo di avere certezze e sicurezze occupazionali per il futuro. Il piano degli esuberi, la cui trattativa si è avviata il 6 luglio 2017, coinvolge circa 3.900 dipendenti, dei quali poco meno di 1.100 rientrano nel perimetro delle due banche in liquidazione, mentre i restanti, circa 2.800, rientreranno nel perimetro della banca cessionaria.

Occorre che il Governo ed il Parlamento vigilino affinché nell’ambito delle procedure di trasferimento del personale e della trattativa sugli esuberi vengano coinvolti e garantiti, con priorità, tutti lavoratori rientranti nel perimetro della bad bank.
E qui consentitemi una considerazione più generale di carattere strategico: occorre una nuova direzione di marcia per limitare il potere delle banche di creare denaro dal nulla e di speculare mettendo a rischio il risparmio dei depositanti.
Le banche creano moneta concedendo prestiti. Grazie al meccanismo della riserva frazionaria, le banche non intermediano il risparmio ma creano moneta prestando denaro: per ogni nuovo prestito di una certa somma registrano in bilancio questa somma al passivo e la stessa cifra all’attivo. Poi il denaro così creato ex novo va magari agli amici e nelle speculazioni immobiliari e finanziarie.
Occorre regolamentare e limitare fortemente l’attività bancaria separando innanzitutto l’attività di intermediazione del risparmio da quella speculativa. Le banche devono servire innanzitutto l’economia reale e lo sviluppo, e non perseguire obiettivi di massimo profitto grazie alla speculazione finanziaria, mettendo a rischio i soldi degli altri, il denaro dei risparmiatori.

A partire dagli anni ottanta si è assistito ad una costante deregolamentazione del sistema bancario che, iniziata negli Stati Uniti, ha finito con il contaminare l’intero settore creditizio europeo e che ha portato all’unificazione dei due tipi d’istituto di credito operanti allora, le banche commerciali, che fino a quel momento gestivano il risparmio ed erogavano i crediti ipotecari e le banche d’investimento, che si occupavano esclusivamente di investire in borsa il denaro affidatogli dai propri clienti, sull’assunto che un minor numero di regole avrebbe portato ad una maggiore concorrenza, ad una maggiore efficienza e quindi ad un contenimento dei costi.
L’unificazione dei due tipi d’istituto ha però progressivamente permesso alla finanza di poter operare con somme sempre più consistenti, perché derivanti dalla fusione, perseguendo di fatto – esponendosi a grandi rischi e a tutto discapito della tutela del risparmio – il solo profitto finanziario.
La commistione dell’attività di intermediazione creditizia tradizionale con quella delle banche d’affari e del trading speculativo, avendo determinato una finanziarizzazione sempre più spinta dell’economia, ha indubbiamente contribuito in maniera significativa allo sviluppo della cosiddetta «stagnazione secolare» e della crisi del settore bancario..
Sarebbe pertanto auspicabile un ritorno alla separazione tra i due tipi di banche da cui discenderebbero, tra l’altro, un aumento della «biodiversità» e della resilienza dei sistemi finanziari: secondo una vasta letteratura condivisa dalle autorità di regolamentazione, i sistemi finanziari, proprio come gli ecosistemi, sono più resilienti quanto più abitati da operatori con caratteristiche diverse (banche d’affari, banche commerciali, banche cooperative o rurali, banche etiche).

Occorre dunque stabilire la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento, tutelando le attività finanziarie di deposito e di credito inerenti all’economia reale, differenziandole da quelle legate all’investimento e alla speculazione sui mercati finanziari nazionali e internazionali.